Otto di settembre

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Le Waffen SS

Le Waffen-SS avevano 38 divisioni con circa un milione uomini sui fronti. Di queste caddero su tutti i fronti della guerra più di 400.000 soldati, sottufficiali ed ufficiali, tra loro, 32 comandanti di divisione. 50.000 soldati delle Waffen-SS si considerano scomparsi. Ai soldati delle Waffen-SS si concessero moltissime onorificenze di merito militare(…)

Ancora alla fine del secolo XX la maggioranza della gente ignora quello che fu, tra il1940 e il 1945, il fenomeno – unico nella storia militare – del milione di giovani combattenti politici, volontari tutti essi, integrati in seno delle trenta otto divisioni Waffen SS nel corso della Seconda Guerra mondiale. Chi erano? Innanzitutto, soldati (Waffen). I migliori soldati, formidabilmente equipaggiati, sempre i più pronti quando era necessario affrontare il nemico e reagire davanti ad una sconfitta. Fisicamente, i più prestanti: taglia minima 1,75 m.; Obbligatorietà di dimostrare una salute perfetta; Esclusione alla più piccola mancanza di visuale o davanti ad una carie molare; una milizia che rispecchiava tutte le norme olimpiche. Il loro allenamento era eccezionale. Nella Scuola di Ufficiale deBad – Tolz, tutti gli aspiranti avevano perso una dozzina di chili alla fine del corso. Al finire di questo corso ognuno era divenuto un atleta, flessibile, nudo e forte come un dio greco. Ricevevano anche una formazione politica del più alto rigore. Disciplina di ferro, libera ed allegramente accettata. Spirito di squadra, cameratismo costante disimpegnato da ogni complesso di casta. Severità nelle abitudini: nelle Waffen SS un pederasta era messo al muro senza possibilità di appello. L’eroismo era la legge imperante. Continua a leggere


Concerto del ventennale


Intelligenze scomode del ‘900 – Louis Ferdinand Céline

Documentario Rai di Giano Accame tratto dalla collana “Intelligenze scomode del ‘900”.

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Intervista a Julius Evola

L’intervista che traduciamo qui di seguito apparve originariamente in francese, sui nn. 13 (15 dicembre 1966 – 15 gennaio 1967) e 14 (15 febbraio – 15 marzo 1967) del mensile “La Nation Européenne” (Parigi). Il periodico, diretto da Gérard Bordes, aveva come “conseiller politique” Jean Thiriart, che l’aveva fondato tra il 1965 e il 1966, e contava su una rete paneuropea di collaboratori. L’intervista, realizzata da Franco Rosati, era accompagnata da una foto e da una bibliografia francese della produzione evoliana ed era preceduta da una breve presentazione in cui, nonostante Evola venisse definito “uno dei più grandi pensatori europei (…) un caposcuola, un maestro”, si prendevano le distanze nei confronti della sua “sfiducia verso l’avvenire unitario dell’Europa”. Al testo dell’intervista seguiva, sul n. 14, una nota redazionale che esprimeva in termini chiarissimi la divergenza esistente fra il tradizionalismo di Evola e il pragmatismo di Thiriart. Infatti vi si leggeva tra l’altro: “La ‘Tradizione’, certo, è rispettabile. Vogliamo anzi ammettere che noi attingiamo da essa un certo modo di vedere il mondo e un certo metodo di azione. Ma non possiamo accettare di fare di questa ‘Tradizione’ un nuovo ‘senso della storia’ e ancor meno una Bibbia in cui è racchiuso tutto. Per noi, la verità si costruisce ogni giorno attraverso metodi e vie diverse. (…) La verità non è posta fin da principio come un faro che rischiara la via. Noi pensiamo piuttosto che, alla fine, la lenta e difficile scoperta della verità nasca, il più delle volte, dall’azione e grazie all’azione”.

Lei crede che esista un rapporto tra la filosofia e la politica? Una filosofia può influire su un’impresa di ricostruzione politica nazionale o europea?
Io non credo che una filosofia intesa in senso strettamente teorico possa influire sulla politica. Perché eserciti un’influenza, bisogna che essa si incarni in un’ideologia o in una concezione del mondo. E’ quanto è avvenuto, per esempio, con l’illuminismo, col materialismo dialettico marxista e con certe concezioni filosofiche che erano incorporate nella concezione del mondo del nazionalsocialismo tedesco. Continua a leggere


Julius Evola – Dalla trincea a dada

Dire che Julius Evola è una delle più grandi intelligenze del Novecento è ormai pressoché scontato anzi, è quasi di moda: perché il fascino oscuro della trasgressione sembra non morire mai.

Eppure sono ancora in troppi a ignorare quasi del tutto la multiforme attività di questo singolare studioso: che fu poeta, pittore, cultore di scienze esoteriche e alchemiche, filosofo, studioso delle dottrine sapienzali e religiose orientali, indagatore e divulgatore di miti, simboli e leggende, attento osservatore dei fenomeni sociali e delle devianze giovanili – come dimostrarono in modo esauriente tutti i suoi libri e le migliaia di articoli apparsi sulle testate più diverse. Invece i suoi estimatori più superficiali si limitano a considerare Evola un ideologo politicoo, peggio, un mago occultista: e i suoi numerosi detrattori, più superficiali ancora, preferiscono relegarlo al ruolo di razzista e di cattivo maestro dei neofascisti italiani.
Quello che ci proponiamo di fare qui e nei DVD che seguiranno è proprio di raccontare Julius Evola, il suo pensiero e la sua opera attraverso la storia della sua vita, con immagini, musica e parole; così in questa prima parte si darà ampio risalto a uno degli interessi giovanili di Evola — quello artistico, manifestatosi attraverso la rivoluzionaria scelta DADA in pittura e in poesia, a cavallo della I guerra mondiale.

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